
Il 17 maggio 1972, l’Alfetta, il più innovativo di Casa Alfa Romeo nel secondo dopoguerra, fu svelata al pubblico. Candidata a sostituire gradatamente l’Alfa 2000, fu opera dell’ottimo Giuseppe Scarnati (stessa mano della Giulietta Sprint). Il Biscione partì proprio dal nome “Alfetta” per sottolineare come si stesse dotando di un modello adatto sia alle famiglie che agli sportivi e che riprendeva le soluzioni tecniche delle Alfa da competizione degli anni Cinquanta, quando Fangio vinceva nel 1951 il campionato del mondo di Formula 1 proprio guidando l’Alfa 159, ribattezzata “Alfetta”.
Le sospensioni posteriori dotate del “ponte De Dion” che garantivano le ruote in durante le curve, i freni a disco posteriori in-board che riducevano le masse sospese, le sospensioni anteriori a barra di torsione che garantivano rigidezza all’avantreno rientravano in un quadro tecnologico avanzato che caratterizzava una meccanica avveniristica.
Impugnando il volante in legno a tre razze e spingendo sull’acceleratore, si sentivano tutti i 122 Cv del motore di 1779 cc. Seppur di potenza, la quinta marcia permetteva al motore regimi non troppo elevati durante i viaggi in autostrada, quelli delle famiglie in vacanza.
Con l’Alfetta, il Biscione diede vita ad una berlina media considerata un bene di consumo emozionale grazie a soluzioni stilistiche come lo stretto frontale a quattro fari, l’alta linea di cintura del cofano posteriore che dava più spazio ai bagagli, gli inserti in vero legno che rendevano l’abitacolo lussuoso e raffinato.
La riconoscevi nella notte grazie ai fari alogeni ed al rombo cupo e sferzante. Fu scelta da tanti della borghesia, dalle Forze dell’Ordine, dai politici ed anche dai malavitosi. Fu considerata, infatti, la “Berlina più veloce del mondo”. Gli Alfisti discutevano su due caratteristiche ritenute “difetti”: la coda alta con un baule enorme ed il cambio al retrotreno.
Nemmeno la crisi petrolifera ne frenò il successo, seppur Alfa Romeo rispose nel 1975 con l’Alfetta “Economica”, un 1600cc con qualche particolare stilistico rivisto al ribasso. La sua produzione terminò nel 1984 subendo nel tempo aggiornamenti stilistici con l’adozione di nuovi materiali plastici agli inizi degli anni Ottanta, quando la cultura del’ “usa e getta” prese piede anche in Italia.